Il documentario Planet Earth II su Rete 4 – Dalle praterie alle città

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Con l’invito a visionare anche l’articolo sulla seconda puntata di Planet Earth II, da me pubblicato la settimana scorsa, recensisco e riporto le mie impressioni anche della terza (e, purtroppo, ultima) puntata di questa selezione di documentari in prima visione su Rete 4.
Questa volta, gli audaci documentaristi della BBC si sono spinti in quell’area che copre circa 1/4 delle terre emerse: le grandi praterie. Seguirà infine l’ultimo, grande ‘ecosistema’, cui loro malgrado alcune specie animali hanno dovuto adattarsi: le città.

Riguardo il lavoro della troupe, ho anche scoperto l’esistenza di una playlist su YouTube dedicata, visitabile a questo link. Ci vengono mostrati alcuni retroscena, trailer ed estratti della serie di documentari.

La terza puntata si apre presentandoci il delicato equilibrio delle grandi praterie euroasiatiche, distese sconfinate, dove la vita di milioni di erbivori di ogni aspetto e dimensione dipende da un unico, grande fattore: la crescita dell’erba. E’ infatti questa grande varietà di organismi vegetali, che vanno sotto il generico appellativo di ‘erba’, la principale fonte di sostentamento di un numero sorprendente di animali.

Fra le creature più interessanti, ci vengono presentate le curiose ‘antilopi’ saiga, tipiche delle praterie russe. La forma assolutamente unica del muso si abbina ad un olfatto finissimo, tramite il quale possono fiutare la crescita dell’erba. Ci vengono presentati due piccoli appena nati, che, strategia comune fra gli erbivori, si nascondono sottovento fra l’erba, per non essere individuati dai predatori. Analogamente ai cerbiatti e alla maggior parte dei ruminanti, i piccoli sono in grado di camminare e seguire la mandria praticamente subito dopo la nascita. In questo modo, iniziano fin da subito a fare esperienza della dura vita da nomade, che caratterizza ogni abitante delle grandi steppe e distese erbose, predatori inclusi.

Saiga

Allo stesso modo, molto più a Nord, le femmine di renna danno alla luce i loro piccoli in sincronia. Le delicate creature si reggono sulle proprie zampe fin da subito, e, con la curiosità e il brio che caratterizzano ogni cucciolo, seguono le madri alla ricerca dei più teneri germogli, prima dell’arrivo delle temperature più rigide. Un lupo artico solitario si lancia all’inseguimento della mandria, e punta, come è tipico di questo predatore, l’animale più debole o che rimane isolato dal branco. In questo caso, appunto, la vittima designata è un cucciolo di renna, il quale però si dimostra più resistente e il lupo è infine costretto a desistere.

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Fra l’erba è possibile, più a Sud, imbattersi in creature singolari, come gli uccelli di Widow, dalla lucida e caratteristica livrea nera. I maschi cercano di impressionare le femmine, dal piumaggio invece piuttosto anonimo, tramite un singolare corteggiamento. L’erba alta consente a questi volatili di esibirsi in singolari salti verticali, e, fra la vegetazione, è possibile osservare anche decine di maschi saltare simultaneamente in modo piuttosto appariscente, e, ai nostri occhi, alquanto ridicolo! Anche in questo caso, chi l’ha vinta è il maschio più resistente e che persiste nel saltare più a lungo.

Widow BIRD

Altri uccelli hanno imparato a sfruttare il passaggio di grossi erbivori, quali gli elefanti, per nutrirsi in modo relativamente facile. Gli steli mossi dagli enormi pachidermi causano abbastanza scompiglio da causare un fuggi fuggi generale fra gli insetti di cui si nutrono, e ai furbi volatili basta semplicemente volare il più possibile vicino alla proboscide per garantirsi un pasto abbondante. La competizione, anche in questo caso, è intensa, e non è raro osservare gruppi di uccelli contendersi tale abbondanza.

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Fra i roditori, un abitante di rilievo è il ratto delle risaie, un vero e proprio acrobata delle piante erbacee, che utilizza la propria coda come un quinto arto riuscendo in questo modo ad arrampicarsi fino in cima alle stesse, e godendosi, ad esempio, il dolce nettare di un cardo. Non si tratta di un’impresa facile, essendo gli steli molto più flessibili dei rami degli alberi, i quali costituiscono un appiglio decisamente più sicuro. Questa strategia è indubbiamente vincente, ma anche rischiosa, in quanto espone l’animaletto rendendolo decisamente più visibile ai suoi principali predatori: i rapaci.

Mice

Fra le specie che si nutrono di roditori, rientra anche un agile felino di medie dimensioni: il servalo. Tipico delle praterie del Sud Africa, questa creatura dalle lunghe gambe, a differenza del ghepardo, non è un velocista, ma utilizza i propri arti per sfruttare un punto di osservazione favorevole. In questo modo può infatti cogliere ogni minimo fruscio e balzare prontamente sui piccoli roditori che si muovono in prossimità del terreno. Le grandi orecchie mobili permettono di identificare e isolare in modo accurato ogni suono potenzialmente associabile alla presenza di una preda.

serval

Negli ambienti aridi è possibile anche ammirare i maestosi termitai di argilla, i quali presentano tipicamente una struttura a forma di lama di coltello, e svettano anche a diversi metri dal suolo. In questo modo, gli insetti possono sfuggire alle ore più calde, ma l’inespugnabilità della loro curiosa creazione architettonica è solo apparente, in quanto un grosso formichiere può in un giorno nutrirsi di diverse decine di migliaia di esemplari.

Sempre parlando di insetti, non si può non citare le vere e proprie ‘microbiologhe’ della natura: le formiche tagliafoglie. Delle splendide riprese macro ci mostrano come questi insetti siano in grado di abbattere steli d’erba talmente duri da risultare indigeribili agli erbivori, e come li trasportino all’interno dei formicai, non per mangiarli, ma lasciarli marcire. In questo modo, i funghi che cresceranno sulla superficie dell’erba saranno un vero e proprio esempio di ‘agricoltura intensiva’, una fonte di cibo prontamente disponibile, su larga scala, all’interno del formicaio. Questa intelligente strategia consente alle formiche di approfittare di una fonte alimentare non utilizzabile da nessun’altra specie animale.

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Fra i più massicci (e inattaccabili) abitanti delle grandi praterie, troviamo i bufali d’acqua, grossi erbivori del peso di circa una tonnellata le cui corna costituiscono una minaccia letale persino per i leoni. I quali, particolarmente affamati (e disperati) possono decidere, in gruppo, di attaccare esemplari dall’apparenza più debole degli altri. Un bufalo diventa così il bersaglio di alcune leonesse, che gli si arrampicano letteralmente addosso e iniziano a morderlo, mentre una loro simile distrae il grosso animale. L’obiettivo è fare cadere in acqua e destabilizzare quella tanto imponente quanto appetibile montagna di cibo, ma la missione fallisce miseramente in quanto il bufalo riesce a scrollarsi di dosso le predatrici, le quali battono velocemente in ritirata.

Buffaloo

L’intero ecosistema dipende dalle precipitazioni, le quali, come accade nella stagione delle pioggie nelle savane, sono rare, ma intense, e i flussi migratori dei grandi erbivori (e, a seguito, dei carnivori) sono dettati dalla presenza della vegetazione, che cresce rigogliosa dopo le piogge. Sopratutto nelle praterie del Nord Europa, tra l’altro, gli inverni sono estremamente rigidi, potendo toccare anche punte di – 40°C. I bufali in questione camminano faticosamente fra centimetri e centimetri di neve, avanzando lentamente, e usando la propria forza per smuovere col capo il manto bianco, alla ricerca della rara erba sottostante. Per quanto incredibile possa sembrare, è in questo modo che le mandrie sopravvivono, seppur stentatamente, al rigido inverno.

La volpe rossa, invece, sfrutta la propria proverbiale astuzia per procacciarsi il cibo, in modo piuttosto singolare. Dapprima, tende le orecchie, per cogliere fruscii udibili sotto la neve, poi, una volta individuata una traccia, si prepara a saltare. Tuffandosi letteralmente nella neve, la volpe arriva in picchiata, inesorabile, sulla propria preda, e riesce in questo modo a catturarla.

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La seconda parte del documentario, invece, si sofferma su alcuni singolari esempi di convivenza fra uomini e animali, citando diverse specie che hanno imparato a sfruttare i vantaggi delle zone antropizzate per garantirsi una facile fonte di cibo.

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Fra queste specie, troviamo, a New York city, il falco pellegrino. Il rapace si muove rapido fra i grattacieli, e nidifica spesso su pali della luce e altri punti decisamente in alto, e per quanto strano possa sembrare, tale ambiente si avvicina molto ai maestosi canyon dove il falco vivrebbe in natura, con in più il vantaggio di una fonte di cibo inesauribile. Il falco prospera a spese degli stormi di piccioni, che vengono prontamente inseguiti e puntati tramite picchiate che possono sfiorare i 300 km/h, per poi essere spinti fuori dalla città e facilmente catturati, in un luogo aperto. Anche i pesci gatto hanno imparato ad approfittare dell’abitudine dei piccioni di lavare il proprio piumaggio in periferia, tendendo agguati al di sotto della superficie dell’acqua e afferrando gli ignari volatili come farebbe un alligatore.

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Un altro esempio sono i nostrani stormi, che approfittano del relativo tepore delle zone urbane per muoversi in massa dalle radure romane alla capitale, facendo così la differenza fra la vita e la morte.

Anche i procioni sono incontri sempre più comuni in molte città americane, e non è raro vederli fare la propria tana in grondaie e camini, così come approfittare di bidoni dell’immondizia ed esplorare giardini e prati.

In altri centri urbani, le scimmie hanno fatto delle sommità dei palazzi quadrate tipiche delle zone indiane il proprio territorio, strenuamente difeso, come se si trattasse dei rami delle foreste. La posta in gioco è l’accesso ai templi. Qui, poiché associate a divinità, queste scimmie hanno vita facile, in quanto ricevono cibo a volontà. Le colonie di scimmie che si stabiliscono qui prosperano, e non è raro assistere a parti gemellari. In altri centri urbani, invece, si osservano veri e propri spostamenti in massa di scimmie, che hanno imparato ad approfittare della presenza dei mercati cittadini per procurarsi frutta e verdura in modo relativamente facile.

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Altrove, leopardi si muovono indisturbati ai margini della città, predando gli animali domestici, e raggiungendo densità di popolazione uniche al mondo. Ma forse ancora più spettacolare è l’esempio delle iene maculate, che in alcuni villaggi etiopi vengono lasciate liberamente entrare nelle città di notte, sebbene siano animali potenzialmente aggressivi e in grado di uccidere facilmente gli esseri umani. Si crede, però, che rendano un servizio sociale non indifferente, proteggendo le strade dagli spiriti maligni notturni e, al tempo stesso, eliminando i resti dei macelli. Qui, gli abitanti gettano loro ossa e brandelli di carne, e le iene ne approfittano. Le loro mascelle sono fra le poche talmente forti da banchettare senza grosse difficoltà sulle ossa, il cui midollo costituisce un ricco nutrimento. La durezza delle ossa funge però da deterrente per la maggior parte dei carnivori.
In alcune famiglie non ci si limita a lasciare le ossa alle iene: vi è persino la tradizione di ricompensarle per i loro servigi nutrendole a mani nude, riservando loro bocconi ben più prelibati.

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Un esempio più triste, che pone spunti di riflessione su quanto la convivenza uomo-animali selvatici possa diventare critica, sono alcune tartarughe marine giapponesi, le quali, come è noto, depongono le uova al di sotto della sabbia. Il tepore funge da incubatore naturale, e quando la maturazione dell’uovo è terminata, le piccole tartarughine ne rompono il guscio, pronte a muoversi in una veloce, ma rischiosa, traversata verso il mare. Guidate dai soli bagliori della luce lunare, le neonate si muovono verso le onde, pronte ad iniziare la propria vita autonoma. Purtroppo, molte di esse vengono confuse dalla presenza delle luci urbane, e prendono la direzione sbagliata, finendo investite, incastrate nei tombini, morendo per sfinimento o finendo facile preda di crostacei e altri animali. La mortalità si avvicina all’80%, e la presenza delle città costituisce dunque un rischio considerevole per la sopravvivenza di questi animali.

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Si stima che ogni anno un’area di superficie paragonabile alla Gran Bretagna venga coperta da nuovi centri urbani. Fortunatamente, in un numero crescente di metropoli si sta prendendo consapevolezza di quanto l’equilibrio esistente fra uomo e animali selvatici sia delicato e sempre più precario, a causa della crescente espansione degli ambienti urbani o fenomeni quali l’inquinamento e l’abbattimento delle foreste pluviali. E’ figlia di tale consapevolezza la filosofia seguita dagli ideatori del progetto ‘Foresta verticale’, a Milano. Qui, migliaia di alberi piantati a varie altezze, sui grattacieli, sono diventati il rifugio di uccelli e insetti, creando un vero e proprio ecosistema di sorprendente ricchezza all’interno dell’ambiente urbano. Singapore, invece, è un esempio unico al mondo di metropoli dal pollice verde, dove si incontrano parchi ad ogni angolo e gli abitanti vivono in armonia con gli animali che popolano questi luoghi. Un ultimo, maestoso esempio, sempre in questa città, sono i ‘Super alberi’, strutture artificiali innescate con rampicanti, anche stavolta con l’obiettivo di creare un nuovo, spettacolare, ecosistema nel ben poco ‘eco’ sistema umano.

 

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